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La pandemia ha evidenziato limiti di fondo delle Rsa,  un sistema che va ripensato

21 aprile 2020

La pandemia in corso ha reso tutti più consapevoli del ruolo fondamentale dello Stato e della sanità pubblica nel prevenire il contagio e nell’apprestare le cure necessarie. In particolare, in tutta Italia emerge chiara anche l’inadeguatezza nella tutela della salute dei cittadini anziani e spesso non autosufficienti, come testimonia l’alto numero di contagi e decessi nelle strutture non ospedaliere RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali).

Al di là delle gravissime scelte compiute in piena emergenza coronavirus specialmente in Lombardia, con le conseguenti indagini da parte delle Procure della Repubblica che ipotizzano i reati di epidemia e omicidio colposo, emergono limiti ed errori di fondo delle RSA. Senza fare di ogni erba un fascio, questi problemi vanno individuati e profondamente corretti.

Il botta e risposta tra la Presidente della “Casa Pia”, il Direttore della ASL e il Sindaco di Arezzo sulle responsabilità per i tre contagi tra dipendenti e residenti della “Casa Pia” è stato deprecabile. I ruoli che rivestono richiedono responsabilità e collaborazione, non polemiche pubbliche, visto anche che il monitoraggio con tamponi ha permesso di contenere i contagi risultati limitati, come fortunatamente limitati sono stati quelli registrati in altre strutture cittadine.

Questa diatriba ha fatto emergere il primo problema. In Toscana le RSA, ai sensi della Legge Regionale n.43 del 2004, possono essere private oppure assumere, come nel caso della “Casa Pia”, la forma dell’Azienda Pubblica di Servizi. Questa, sotto la veste formale di ente pubblico, autonomo dall’amministrazione statale e regionale, ha una sostanziale natura privata, godendo di una piena autonomia contabile, tecnica e gestionale, nonché di un proprio patrimonio e di autonomia finanziaria basata sulle entrate derivanti dalle rendite del patrimonio, da liberalità, dal corrispettivo per i servizi resi e dai trasferimenti di enti pubblici o privati.

L’aspetto delle entrate finanziarie è particolarmente rilevante perché queste Aziende hanno l’obbligo del pareggio di bilancio e, quindi, non possono andare in deficit. Se mandano via i degenti per rispettare la distanza di prevenzione dal contagio diminuiscono le rette, cioè le entrate che mantengono il bilancio in pareggio, se non lo fanno espongono i degenti e i lavoratori al contagio.

La scelta in capo all’Azienda tra esigenze di bilancio e tutela della salute di degenti e operatori può provocare un corto circuito a rischio della salute. Dunque, le strutture per anziani non possono da sole gestire una situazione emergenziale come quella attuale, ma il loro interlocutore non è la ASL, è il Comune, di cui le RSA sono uno strumento per le sue politiche sociali e che, per legge, ha il dovere di indicare gli indirizzi, di porre in essere l’attività di controllo ed eventualmente di provvedere a trasferimenti di risorse economiche.

E qui emerge il secondo problema strutturale. Se la gestione di tali strutture, private o Aps, è quella aziendalistica e se occorre soddisfare una crescente domanda di posti, la conseguenza è che esse diventano troppo grandi, meno “umane” e più vulnerabili. Questo circolo vizioso va interrotto. La risposta va differenziata anche in base allo stato di salute psico-fisica degli ospiti e data su più livelli: strutture residenziali piccole, servizi sanitari e assistenziali domiciliari per mantenere a casa l’anziano, centri diurni, appartamenti protetti in condomini misti con famiglie, persone sole, autonome, non autosufficienti, ecc. E questo sia per garantire una migliore qualità della vita agli ospiti che per affrontare bene le epidemie che potranno verificarsi anche in futuro. Ciò significa ripensare leggi, investimenti, programmi, azioni mirate tra Comuni e Enti sanitari.

Il coronavirus, dunque, ha radicalizzato una situazione che già andava affrontata. Anche in questo caso si impone un cambiamento.

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